Evagrio Pontico, monaco del IV secolo, tra i più profondi pensatori della spiritualità del deserto, ha lasciato alla tradizione cristiana orientale una dottrina mistica di rara finezza. Tra i suoi insegnamenti più densi e pratici, vi è l’idea del guardare Dio con occhi semplici, espressione che non designa uno sguardo esteriore o una visione mentale, ma un’attitudine interiore dell’anima: la capacità di rivolgersi a Dio con cuore indiviso, senza distrazioni, senza turbamento, senza doppiezza. Guardare Dio con occhi semplici, in Evagrio, significa pregare con un cuore purificato, privo di immagini, desideri secondi o pensieri frammentati, e abitare la presenza divina con quella trasparenza interiore che è frutto di una lunga ascesi, di una vigilanza costante e di una preghiera unificata.
Per cogliere esattamente il significato di questa espressione, bisogna partire dalla sua base etimologica e antropologica. Il termine “semplice”, dal latino simplex, è composto da sim- (una variante di sem-, cioè “uno”) e plectere (“intrecciare”). “Semplice” è ciò che non è intrecciato con altro, ciò che è senza mescolanza, puro, indiviso. Nella Bibbia greca, la parola greca usata per “occhio semplice” è haplous, come nel passo evangelico: “Se il tuo occhio è semplice (haplous), tutto il tuo corpo sarà nella luce” (Matteo 6,22). Evagrio riprende questa immagine per insegnare che la purezza dell’occhio interiore corrisponde alla purezza del cuore, condizione necessaria per la conoscenza spirituale di Dio, chiamata da lui gnosis.
Nel suo scritto Trattato sulla preghiera, Evagrio afferma che “la preghiera è il colloquio dell’intelletto con Dio”, e che “essa è semplice sguardo verso Dio”, cioè un’attenzione piena, indivisa, amorosa, che non cerca nulla se non stare davanti a Dio. Ma per arrivare a questo sguardo semplice, il cammino non è immediato. Evagrio lo struttura in modo rigoroso: bisogna prima purificare l’intelletto (nous) da tutti i pensieri disordinati (loghismoi), poi radicare l’anima nella virtù (praktiké), e infine passare alla conoscenza vera di Dio, che è esperienza diretta e luminosa (theoría). Guardare Dio con occhi semplici è frutto del terzo stadio, ma si coltiva fin dall’inizio, a partire da un tipo specifico di preghiera.
La pratica comincia con la scelta di un tempo e di un luogo silenziosi, che aiutino a raccogliere le facoltà interiori. Il corpo si pone in posizione composta: seduto, fermo, attento ma rilassato. La mente, inizialmente agitata, viene aiutata con l’invocazione breve e continua del nome di Gesù, o con una preghiera semplice: “Signore, fa’ che io ti veda”, oppure “Sii presente, o Luce”. Ma subito Evagrio avverte: non ci si deve attaccare alle parole, perché il vero guardare comincia quando cessano i suoni e le forme. Si entra allora in una fase di silenzio vigilante, dove l’anima non cerca immagini, né rappresentazioni di Dio, ma si stabilisce nella sola attenzione.
Questa attenzione non è uno sforzo intellettuale, ma una disposizione dell’intelletto purificato che non si aggrappa a nulla. Quando un pensiero sorge – anche un pensiero buono – non va seguito, ma lasciato passare. Non si combatte, non si analizza, non si giudica. Si ritorna al cuore, e si guarda. Guardare significa essere davanti a Dio così come si è, senza domande, senza aspettative, senza proiezioni. L’occhio semplice è lo sguardo del cuore che non vuole nulla se non Dio stesso. Non chiede lumi, non cerca consolazioni, non desidera stati interiori. Solo la Presenza.
Evagrio insiste: non si può guardare Dio con occhi semplici se il cuore è abitato da passioni disordinate. L’ira, la vanagloria, la sensualità, la tristezza, l’attaccamento al mondo, rendono lo sguardo interiore torbido, duplicato, disperso. Per questo, la pratica dell’occhio semplice esige una vita sobria, ordinata, vigilante, in cui ogni giorno si lotta contro i pensieri, si osservano le proprie reazioni, si coltiva l’umiltà, si accetta la povertà. Il monaco, dice Evagrio, deve diventare uno specchio limpido, perché Dio si riflette solo nel cuore puro.
Con il tempo, questa pratica dello sguardo semplice diventa una forma di orazione continua. Non solo nei momenti di silenzio, ma in ogni azione quotidiana, l’anima impara a rimanere “con occhi rivolti al Signore”, cioè a non perdersi nelle cose, a non lasciarsi tirare da ogni impulso, ma a dimorare in una presenza stabile, silenziosa, sottile. Questo è il frutto più alto della semplicità: non essere più separati da Dio, non solo nel tempo della preghiera, ma in ogni istante. L’occhio semplice è l’occhio del cuore trasfigurato, che vede Dio non con lo sguardo della carne, ma con la luce della pace interiore.
Evagrio mette in guardia da ogni illusione. Chi cerca visioni, sentimenti forti, segni soprannaturali, non ha ancora occhi semplici. Chi prega per ottenere qualcosa, non guarda ancora Dio con purezza. Lo sguardo semplice è gratuito, amoroso, fedele anche nel vuoto, e proprio per questo Dio si comunica all’anima in modo reale, senza parole, senza immagini, senza mediazioni. In quel momento, la preghiera diventa pura contemplazione, e l’anima comincia ad assaporare ciò che Evagrio chiama “la conoscenza nuda del nudo Dio”.
guardare Dio con occhi semplici, Evagrio Pontico, nous purificato, preghiera del cuore, loghismoi, pratica monastica, attenzione spirituale, sguardo interiore, teologia mistica, gnosi cristiana, silenzio contemplativo, semplicità del cuore, cammino esicasta, riccardo, conte, riccardo conte, conte riccardo
Lascia un commento