Accedere alla Terza Dimora nel cammino del Castello Interiore secondo Santa Teresa d’Avila significa entrare in uno stato di vita spirituale stabile, ordinato, apparentemente sicuro, ma in realtà ancora molto delicato. È il momento in cui l’anima ha lasciato le inquietudini più forti della Seconda Dimora, ha consolidato una certa fedeltà alla preghiera e alle virtù cristiane, ma non ha ancora fatto il salto verso l’abbandono pieno e l’umiltà profonda. È una soglia sottile, dove l’equilibrio tra preghiera e virtù può diventare trappola, se si trasforma in compiacimento, oppure può diventare trampolino, se si apre alla grazia. L’anima che entra qui ha fatto molti passi, ma il cammino non è ancora compiuto.
Teresa descrive questa dimora come abitata da anime “buone”, persone che pregano regolarmente, che cercano sinceramente Dio, che fuggono il peccato mortale e vivono con disciplina. Ma proprio qui si annida una delle prove più insidiose del cammino spirituale: l’illusione di essere già arrivate. Il rischio non è tanto quello di cadere, quanto quello di fermarsi. L’equilibrio raggiunto può diventare una forma di attaccamento sottile alla propria bontà, alla propria coerenza, alla propria immagine spirituale. L’anima crede di essere vicina a Dio, ma in realtà è ancora molto centrata su sé stessa. È la tentazione della stabilità che non si apre alla trasformazione.
La preghiera nella Terza Dimora è ormai un’abitudine consolidata. Si prega con regolarità, si medita, si osservano i tempi spirituali. Tuttavia, Teresa mette in guardia contro il rischio di una preghiera troppo “sotto controllo”, troppo razionale, troppo chiusa. L’anima può credere di pregare bene perché è fedele esternamente, ma manca ancora l’abbandono. Manca il fuoco. Per accedere veramente a questa dimora non basta pregare molto, bisogna cominciare a pregare con verità. E questa verità, spesso, è umiltà. Riconoscere che senza la grazia nulla si può. Che la preghiera non è merito, ma risposta.
Allo stesso modo, le virtù in questa fase sono presenti, ma vanno purificate. L’anima è giusta, onesta, operosa. Ma spesso c’è ancora un bisogno di essere riconosciuta, di sentirsi approvata, di ottenere risultati spirituali visibili. È qui che si gioca una prova decisiva: imparare a vivere le virtù non come conquista, ma come frutto della grazia. L’equilibrio vero nasce quando l’anima comincia a praticare la carità senza aspettarsi nulla, l’obbedienza senza difendere la propria volontà, la pazienza senza vantarsene. Teresa insiste: le virtù vere si vedono nelle prove, nei momenti in cui nulla consola, quando si continua a fare il bene senza sostegno, senza visibilità, senza gloria.
Accedere alla Terza Dimora in modo autentico significa anche prepararsi a un nuovo tipo di chiamata. È il momento in cui Dio inizia a chiedere qualcosa di più profondo: il distacco interiore, il desiderio di appartenere totalmente, la disponibilità a essere trasformati. Ma l’anima può resistere, perché teme di perdere l’equilibrio raggiunto. È il momento in cui la preghiera comincia a diventare più silenziosa, più contemplativa, ma anche più esigente. Non si tratta più solo di fare, ma di lasciarsi fare. Non più solo di parlare a Dio, ma di ascoltarlo in profondità.
Per superare questa dimora e prepararsi ad entrare nelle successive, è fondamentale coltivare l’umiltà e il desiderio. Umiltà, per non attaccarsi alla propria virtù. Desiderio, per non accontentarsi. Teresa lo dice con forza: il cammino non è per chi cerca sicurezza, ma per chi cerca Dio. E Dio si trova sempre più in profondità, dove non ci sono più appoggi, se non Lui. Chi accede alla Terza Dimora deve custodire la fedeltà, ma anche il fuoco. Deve pregare con il cuore aperto e vivere le virtù come risposta d’amore, non come garanzia di salvezza. Solo così l’equilibrio diventa porta, e non prigione. E l’anima, già abitata da Dio, comincia a lasciarsi veramente abitare.
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