Fare un ritiro carmelitano da soli significa scegliere consapevolmente di entrare in un tempo sacro, separato, fatto di silenzio, solitudine e preghiera, per incontrare Dio nel centro dell’anima. Il termine “ritiro” deriva dal latino retractus, participio passato di retrahere, cioè “tirare indietro, portare via”, ed è già in sé un’indicazione spirituale: si tratta di sottrarsi al frastuono del mondo per rientrare in sé stessi, come il figlio prodigo che rientra in casa, e lì ritrova il Padre. Nella tradizione carmelitana, il ritiro non è mai evasione, ma ritorno. È un atto di amore e di desiderio puro, non finalizzato a ottenere qualcosa, ma a lasciarsi trasformare da una Presenza silenziosa e reale.
Il Carmelo è una delle più antiche famiglie spirituali della Chiesa, nata tra il XII e il XIII secolo sul Monte Carmelo, in Palestina, luogo dove la tradizione profetica di Elia aveva radicato la ricerca del volto di Dio nel silenzio e nella solitudine. I primi carmelitani vivevano da eremiti, in piccole celle attorno a una cappella dedicata alla Vergine Maria. Fin da allora, la loro vocazione era chiarissima: vivere “in obsequio Jesu Christi”, al servizio amoroso di Gesù Cristo, nella meditazione della Parola, nella solitudine abitata, nel lavoro manuale, nel raccoglimento continuo. Nei secoli, questo spirito si è trasmesso attraverso figure come santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce, santa Teresa di Lisieux, Edith Stein, e tanti altri testimoni nascosti. Tutti hanno mostrato che il cuore del Carmelo è l’interiorità, ed è lì che avviene l’unione con Dio.
Per preparare un ritiro carmelitano da soli occorre prima di tutto una decisione chiara: scegliere un giorno o più giorni in cui non ci siano contatti esterni, né attività inutili. La qualità del tempo è più importante della quantità. Serve un luogo semplice, silenzioso, possibilmente fisso per tutta la durata del ritiro: una stanza, una piccola casa, anche un angolo ben ordinato della propria abitazione. Tutto deve essere sobrio. Una Bibbia, un crocifisso, un’immagine della Vergine, una candela accesa. Nulla di decorativo, tutto deve aiutare a entrare nel raccoglimento. È bene evitare musica, notizie, letture profane, e ogni stimolo sensoriale superfluo. Non si tratta di isolarsi, ma di liberarsi.
Il ritiro inizia con un’offerta del cuore. Sedersi o inginocchiarsi, in silenzio, e dire a Dio, anche interiormente: Ti offro questo tempo per essere con Te, come sono, senza pretese, senza maschere. Accogli la mia povertà, la mia aridità, il mio desiderio. Questa offerta basta a dare senso al ritiro. Dopo l’offerta, il cuore si dispone alla prima orazione silenziosa. L’orazione carmelitana non è discorsiva: è una preghiera del cuore, semplice, affettiva, non verbale. Si tratta di stare alla presenza di Dio, senza parole, senza concetti. Come dice Teresa d’Avila, è “un intimo rapporto di amicizia, un trovarsi spesso da solo con Colui che sappiamo che ci ama”. Si può restare seduti, occhi chiusi, respirando lentamente, offrendo il proprio tempo, accogliendo il silenzio. Le distrazioni arrivano: non si combattono, si lasciano andare. L’aridità arriva: non si teme, si offre. Il gusto spirituale, se arriva, non si trattiene.
Dopo la prima orazione, che può durare venti o trenta minuti, si può passare a una lettura lenta. È consigliabile scegliere testi della Scrittura, in particolare i Vangeli, o brani dei santi carmelitani. Anche poche righe bastano. La lettura non deve essere veloce: è meditazione, cioè ruminarla interiormente. La parola che colpisce si ripete nel cuore, si custodisce. È bene poi tornare al silenzio. Il silenzio non è interruzione, ma prosecuzione. Tutto il ritiro è un fluire tra orazione silenziosa, lettura breve, interiorizzazione e riposo. Durante la giornata si possono fare due o tre tempi di orazione, ciascuno preceduto da un atto d’amore o da una breve invocazione: Vieni, Signore Gesù. Mostrati alla mia anima. Oppure si può stare in silenzio senza dire nulla, solo amando. Le passeggiate in silenzio, i pasti semplici, i gesti quotidiani diventano parte del ritiro se sono vissuti nella presenza. Ogni cosa può essere preghiera se è immersa nella quiete. Si mangia con calma, in silenzio. Si cammina lentamente, guardando senza commentare. Si resta in solitudine senza fuggire.
La sera è il momento del raccoglimento conclusivo. Si può fare un breve esame interiore, secondo la tradizione carmelitana, che consiste nel guardare dove Dio è passato, dove l’anima ha risposto, dove si è chiusa. Non si giudica, non si condanna, non si analizza. Si guarda, si ama, si offre. La giornata si chiude con un’ultima orazione breve, silenziosa, di abbandono. Non si fa bilancio, non si cerca risultato. Si dorme come un povero che ha consegnato tutto.
Il frutto di un ritiro carmelitano non è misurabile. A volte si sente pace, altre volte solo vuoto. Ma se l’anima è stata fedele, Dio ha operato. Come la pioggia che penetra nel terreno senza far rumore. Il vero cambiamento è nascosto. L’anima si accorge, nei giorni seguenti, che qualcosa si è sciolto, che lo sguardo è più calmo, che la preghiera è più semplice, che il desiderio di Dio è cresciuto. Il ritiro ha lasciato una traccia.
Fare un ritiro carmelitano da soli è quindi un atto profondo di spoliazione interiore. Non si cerca nulla, non si produce nulla, non si ottiene nulla. Si riceve. E si ama nel silenzio.
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