La fine della tolleranza

La fine della tolleranza non è un atto di barbarie ma un’esigenza suprema della logistica umana e della sopravvivenza globale. Il mondo civile contemporaneo ha elevato la tolleranza a dogma socialmente sacro, una reazione quasi istintiva e giustificata dai disastri sanguinosi che le religioni hanno seminato nel passato e continuano a produrre nel presente. Se un tempo la fede svolgeva una funzione di coesione biologica e sociale, oggi essa è diventata il principale elemento di frammentazione e divisione. In questo scenario la tolleranza appare necessaria, eppure rappresenta la forma più bassa di convivenza civile, un semplice cerotto applicato su un osso frantumato che non può reggere l’urto di una complessità globale senza precedenti. Per comprendere la natura illusoria di questo palliativo sociale, la filologia dell’agire umano ci rivela una verità profonda, il termine stesso deriva dal latino tolerare, il cui significato primario etimologico è “sopportare un peso”, “scavare un solco sotto un carico”. Tollerare non significa amare, non significa comprendere e non significa conoscere, equivale soltanto a subire passivamente la pressione di una massa informe senza mai risolverne il coefficiente di attrito.

Dal punto di vista della filosofia della religione e delle dottrine sapienziali tradizionali, l’errore epistemico moderno consiste nel confondere l’Unità essenziale con il relativismo dei dogmi esteriori. Nelle scienze iniziatiche, nell’esoterismo comparato e nei testi sacri della tradizione primaria, il principio supremo è sempre stato il Verum indiviso. Nel testo della Bhagavad Gītā (Capitolo 2, Versetto 16), si legge testualmente: “Nasato vidyate bhavo nabhavo vidyate satah”, ovvero “Ciò che è irreale non esiste, ciò che è reale non cessa mai di esistere, la verità di entrambi è stata percepita dai veggenti della Realtà”. Questa formulazione, ripresa nella monumentale opera di René Guénon, Il regno della quantità e i segni dei tempi, dimostra che la sovrapposizione di opinioni errate non costituisce una ricchezza, ma un offuscamento (maya) che impedisce la visione dell’asse del mondo. Parallelamente, se analizziamo la struttura del mito platonico della caverna nel libro VII della Repubblica, il filosofo ateniese chiarisce che la tolleranza verso le ombre proiettate sul fondo della caverna è la condanna dell’uomo incatenato, la liberazione c’è solo quando si volge lo sguardo direttamente verso il sole, simbolo ontologico della verità unica che non concede spazio al compromesso con l’illusione.

L’economia integrata, la velocità degli spostamenti e l’istantaneità delle comunicazioni hanno reso il pianeta un organismo compatto e piccolo, dove ogni attrito rischia di diventare letale. In un sistema così interconnesso la tolleranza è un equilibrio precario destinato a fallire se non viene sostituito dalla verità universale e definitiva. L’unità della specie umana deve essere represented da un credo che non sia una negoziazione tra menzogne reciproche, ma la manifestazione di una verità esistenziale condivisa. Non si tratta di negare la possibilità di una verità religiosa, ma di riconoscere l’evidenza logica che non possono essere tutte vere contemporaneamente.

Sul piano pratico e trasformativo, il passaggio dalla tolleranza alla verità richiede una disciplina dell’attenzione e una rimozione attiva delle sovrapposizioni mentali, operazione descritta in tutte le pratiche contemplative, meditative ed estatiche di alto livello. Nella tradizione dell’esicasmo ortodosso e nella sapienza patristica raccolta nella Filocalia, la pratica dell’attenzione del cuore (nepsis) serve esattamente a distruggere la tolleranza interna verso i pensieri illusori (logismoi). Non si tollera l’illusione che si presenta alla mente, ma la si recide all’istante con il coltello dell’attenzione rigorosa.

Troviamo un esatto parallelismo simbolico all’interno delle Scritture cattoliche nel Vangelo secondo Giovanni (Capitolo 8, Versetto 32), dove il Cristo afferma: “Cognoscetis veritatem et veritas liberabit vos” (“Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”). Non è detto che la tolleranza liberi, ma che la verità sola ha il potere ontologico di affrancare l’uomo. L’operatività di questa dottrina si riflette nell’ascetica cristiana e nel combattimento spirituale, dove l’errore e il peccato non sono oggetto di dialogo o negoziazione, ma di estirpazione radicale attraverso la purificazione illuminativa.

Accettare e tollerare ciò che con ogni probabilità è falso non è un segno di saggezza o di evoluzione, ma il sintomo della nostra incapacità di definire ciò che ci accomuna davvero. La rassegnazione al relativismo culturale è una forma di pigrizia intellettuale che impedisce l’evoluzione reale. La sopravvivenza globale richiede il superamento della pacifica convivenza tra illusioni contrastanti per approdare a una verità unica indubitabile e certa. Solo la chiarificazione della verità in ogni ambito, dalla gestione delle risorse alla natura dell’esistenza, dalle informazioni che ci giungono alla reputazione e attività sociale di un personaggio pubblico, può trasformare il caos dell’interconnessione in un ordine ben più che utopico e funzionale, liberandoci finalmente dalla necessità di sopportarci a vicenda nell’errore per iniziare a convivere nel significato vero, ultimo e condiviso.

Questa è la vera sfida del secolo, uscire dalla narrazione della tolleranza per entrare in quella della Verità dei fatti. Ogni giorno che sprechiamo a mediare tra fanatismi e superstizioni è un giorno sottratto alla costruzione di una civiltà superiore, capace di gestire la propria potenza tecnica senza autodistruggersi in nome di chimere divisive. Il mondo non ha bisogno di più rispetto per le opinioni altrui, ha bisogno di meno opinioni e di più verità, affinché l’umanità possa finalmente riconoscersi in un unico specchio fedele e smettere di farsi la guerra per imporre l’interpretazione di un’illusione.


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