Il termine odissea rimanda al greco Odysseia, opera incentrata sulla figura di Odysses. L’etimologia del nome dell’eroe si lega al verbo odyssatomai, che significa essere adirato, odiare o soffrire l’odio altrui. Omero definisce Odysseo come l’uomo del dolore, colui che attraversa l’ostilità del cosmo e degli dei per affermare il ritorno (nostos) alla propria patria e al proprio ordine etico.
Nella rilettura contemporanea proposta da Nolan, l’esperienza del viaggio viene svuotata della sua matrice sacra per essere ridotta a un trauma psicologico moderno.
Il concetto di falso deriva dal latino falsus, participio passato del verbo fallere, che indica ingannare, trarre in errore o far cadere. Il falso non rappresenta una semplice inesattezza, ma un’azione deliberata volta a sostituire una forma autentica con una contraffazione fruibile.
Associato a storico, dal greco historikós, derivato a sua volta da histor, colui che vede e che sa per aver indagato), il falso storico si rivela come la manipolazione consapevole della memoria visiva e concettuale di un’epoca.
L’espressione cancel culture trae la sua prima componente dal latino cancellare, ovvero tracciare inferriate o sbarre per coprire, cancellare o annullare una scrittura. La cancellazione non è un atto di oblio naturale, ma un’operazione di sbarramento attivo.
La seconda componente, cultura, affonda le sue radici nel latino colere, che significa coltivare, curare, venerare. La cultura rappresenta ciò che viene coltivato e tramandato con venerazione attraverso le generazioni.
L’operazione di sovrascrittura compiuta sulla narrazione omerica sostituisce la cosmologia classica, fatta di intervento divino e di affermazione del destino (moira), con categorie sociologiche contemporanee. Il mito perde la sua valenza transcendentale e viene imprigionato nelle logiche del revisionismo idoneo ai parametri del consumo ideologico attuale.
La sovrascrittura contemporanea del patrimonio mitologico trova nella riscrittura dei tipi epici un momento di rottura fondamentale.
Il nome Achille affonda le sue radici nel greco Achilleus. La costruzione etimologica rimanda all’unione di achos, ossia dolore, afflizione, sofferenza profonda, e laos, il popolo, la schiera degli armati. Achille è colui la cui furia e il cui lutto portano dolore all’intero esercito. Egli incarna l’essenza dell’eroe tragico indomabile, definito dalla mênis, l’ira sacra che distrugge e fonda il codice d’onore guerriero.
Nel contesto della rielaborazione moderna, la figura di Achille viene sottratta al suo archetipo virile ed epico. L’immagine del guerriero imbattibile viene decostruita attraverso scelte di rappresentazione volte a neutralizzare la forza primordiale del personaggio, riducendo l’incarnazione del dolore collettivo a un simbolo di fluidità psicologica adeguato alla sensibilità contemporanea.
Il nome Elena deriva dal greco Heléne, legato alla radice di heláne, torcia, fiaccola, oppure al verbo hairéo, catturare, distruggere. Elena è la splendente, la luce brillante che seduce ma allo stesso tempo consuma e distrugge le città (helénas, helandros, heléptolis, distruttrice di navi, di uomini e di città). Nella cosmologia greca, la bellezza di Elena non è un fattore puramente estetico o soggettivo, ma una manifestazione del numinoso, una forza cosmica terrena e divina che muove la storia e giustifica il conflitto scontrando imperi e civiltà. Nell’Odissea (in particolare nel Canto IV), Elena viene associata a epiteti che richiamano il colore dorato dei capelli (xanthokomos), spesso tradotti e interpretati nella tradizione classica come “la più bionda delle bionde” o dai capelli d’oro. Nella cultura greca antica, l’essere biondi o avere “chiome auree” era spesso un attributo riservato agli dei e ai semidei (come Elena, figlia di Zeus, o Achille), servendo da codice narrativo per rimarcare un’origine sovrannaturale.
L’affidamento di questo ruolo al di fuori del contesto etnico e simbolico che per via dell’attrice scelta si può addirittura dire in antitesi con la tradizione dell’originale Elena dell’antichità classica risponde alla logica della decostruzione ideologica contemporanea. La bellezza sacra e fatale di Elena viene svuotata della sua portata metafisica originiaria per essere convertita in uno strumento di inclusività politica.
L’operazione condotta dalla cosiddetta cancel culture, dal latino cancellare (annullare mediante sbarramento) e cultura (coltivare, venerare), opera un vero e proprio sradicamento. Il mito non viene più interpretato o tramandato con venerazione, ma viene colonizzato dalle categorie del presente. Si assiste alla sostituzione della funzione del mito, inteso come rivelazione di archetipi eterni, con una rappresentazione sociologica e contingente, la quale nega la specificità storica per affermare un’omologazione concettuale.
In questa interpretazione, l’epos cessa di essere il luogo dell’inviolabile trascendenza heroica per trasformarsi in un palcoscenico per la propaganda dell’intercambiabilità ideologica.
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