La mistica nel tractatus logico filosofico di Wittgenstein

Per Wittgenstein, nato a Vienna nel 1889 e morto a Cambridge nel 1951, la ricerca della verità non era un esercizio accademico o un sistema di dottrine da accumulare, bensì una severa pratica di purificazione etica e linguistica, volta a ricondurre l’intelletto umano ai confini invalicabili del dicibile.

Nel suo celebre Tractatus Logico-Philosophicus, pubblicato nel 1921, Wittgenstein elaborò una teoria rigorosa della rappresentazione logica, sostenendo che il linguaggio possiede una struttura isomorfica rispetto alla realtà fattuale dei fatti empirici. La scienza naturale esaurisce interamente il campo delle proposizioni che hanno un senso compiuto, descrivendo ciò che accade nel mondo. Tuttavia, proprio tracciando il perimetro rigoroso di ciò che può essere detto con precisione dalla scienza, Wittgenstein delimitò lo spazio di ciò che non può essere espresso mediante proposizioni logiche, ovvero il regno del mistico, dell’etico e dell’estetico, che appartiene all’ineffabile. È in questo contesto che risuona la sua celebre affermazione, contenuta nel paragrafo 4.003: «Il più delle proposizioni e questioni che sono state scritte su cose filosofiche è non falso ma insensato». Con questa formulazione radicale, Wittgenstein intendeva denunciare l’illusione della metafisica tradizionale, la quale pretende di trattare come problemi conoscitivi reali ciò che deriva unicamente da fraintendimenti e confusioni nella logica del nostro linguaggio.

Il rapporto di Wittgenstein con i circoli intellettuali del suo tempo fu intenso ma profondamente conflittuale e anticonformista. Durante il periodo viennese, entrò in contatto con i membri del Circolo di Vienna, tra cui Moritz Schlick e Rudolf Carnap, i quali interpretarono inizialmente il Tractatus come un manifesto del positivismo logico e della demolizione della metafisica. Tuttavia, Wittgenstein prese ben presto le distanze da quel riduzionismo scientista, rifiutando di farsi arruolare nelle file del neopositivismo e ribadendo che per lui la parte più importante del suo libro era proprio quella che era rimasta non detta, ovvero il valore mistico ed etico del silenzio di fronte a ciò che trascende i fatti. Trasferitosi a Cambridge, strinse un sodalizio intellettuale decisivo con il filosofo Bertrand Russell e con l’economista John Maynard Keynes, i quali riconobbero immediatamente la sua straordinaria genialità, pur scontrandosi ripetutamente con il suo carattere intransigente, ascetico e radicale.

Nel secondo periodo della sua riflessione, culminato nelle Ricerche filosofiche, Wittgenstein operò una svolta radicale, abbandonando l’idea di un linguaggio ideale e rigido per abbracciare la teoria dei giochi linguistici e delle forme di vita. La filosofia non è più un’indagine sulla logica formale del mondo, ma una terapia linguistica volta a sciogliere i nodi mentali generati dall’incantesimo esercitato dal linguaggio sulla nostra intelligenza. La religione e la teologia, in questa prospettiva matura, non vengono liquidate come semplici errori, bensì comprese come grammatiche irriducibili, visioni del mondo e pratiche esistenziali radicate in una forma di vita che non necessita di giustificazioni scientifiche o metafisiche per possedere un valore salvifico e assoluto.

La pratica spirituale e intellettuale che si estrae dal pensiero di Wittgenstein è il rigoroso esercizio del silenzio e della lucidità mentale. L’adepto della verità impara a riconoscere i limiti del proprio dire, a liberarsi dalle false certezze dei sistemi dogmatici e a comprendere che le questioni supreme dell’esistenza, del senso della vita e del sacro non si risolvono accumulando parole e teorie, ma custodendole nel sacro silenzio di ciò che eccede ogni comprensione discorsiva.


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