La prospettiva dottrinale e filosofica si fonda sul concetto di solidarietà cosmica. Nella Genesi e nell’esegesi patristica, l’uomo non è semplicemente un elemento all’interno del mondo, ma ne è il culmine, il “re del creato” e il mediatore tra il piano divino e quello manifesto. Quando l’essere umano, attraverso il peccato primordiale, spezza la sua comunione con l’Assoluto, si verifica un vero e proprio crollo metafisico che riverbera su tutto ciò che è a lui sottoposto. L’ordine cosmico originario subisce una distorsione, una degradazione ontologica. La terra viene “maledetta per causa dell’uomo” (Genesi 3,17), e questo significa che la natura intera perde lo stato di incorruttibilità riflessa di cui godeva in virtù della sottomissione dell’uomo a Dio.
Il parallelismo teologico più formidabile e rigoroso all’interno della stessa tradizione cristiana si trova nella Lettera ai Romani di San Paolo (Romani 8,19-22). Paolo scrive che la creazione è stata sottomessa alla caducità e che “geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi”, aspettando la manifestazione dei figli di Dio. La corruzione della natura, inclusa la morte biologica degli animali, non è dunque un peccato degli animali stessi, che sono privi di libero arbitrio e di coscienza morale, ma è la conseguenza cosmica del disallineamento dell’archetipo umano.
Dal punto di vista della filologia e dell’esegesi, è fondamentale distinguere la natura della morte dell’uomo da quella degli animali. Per l’uomo, la morte assume un carattere tragico ed esistenziale perché l’anima umana è spirituale e immortale, creata per l’eternità; la separazione del corpo dall’anima è una lacerazione innaturale introdotta dal peccato. Per gli animali, la tradizione teologica classica (da Tommaso d’Aquino fino alla scolastica) parla di un’anima sensitiva che si estingue con il dissolversi del corpo. La morte dell’animale, in quest’ottica biologica, è il naturale termine di un ciclo materiale, ma nella condizione decaduta del mondo attuale, questa transizione è segnata dal dolore e dalla violenza (la predazione, la sofferenza), che sono il riflesso speculare del disordine introdotto dal peccato dell’uomo.
Se guardiamo alle altre tradizioni spirituali, troviamo parallelismi simbolici straordinari. Nella tradizione vedica e induista, il concetto di Kali Yuga o l’allontanamento dal Dharma (l’ordine cosmico) non corrompe solo l’uomo, ma degrada l’intera natura, riducendo la vita degli animali, accorciandone l’esistenza e aumentando la violenza nel regno naturale. Allo stesso modo, nelle dottrine ermetiche e alchemiche, il Microcosmo (l’uomo) è specchio del Macrocosmo (l’universo): se il sovrano del microcosmo si corrompe, l’oro filosofico della creazione si trasmuta in piombo, introducendo la putrefazione e la morte in ogni regno della natura, da quello minerale a quello animale.
Pragmaticamente, da questa visione teologica ed etimologica si estrae una precisa pratica contemplativa e operativa, incentrata sulla restaurazione dello stato primordiale, ovvero il ritorno allo stato di “Adamo prima della caduta”. I grandi maestri spirituali e gli asceti cristiani (come San Francesco d’Assisi, San Serafino di Sarov o i Padri del Deserto) eseguivano questa pratica attraverso la sottomissione assoluta della propria volontà a Dio. Quando l’uomo purifica interamente la propria componente egoica ed entra nell’estasi e nella comunione divina, il suo microcosmo si riallinea. Di conseguenza, gli animali selvatici perdevano la loro ferocia attorno a loro, riconoscendo l’uomo non più come un predatore o un elemento del mondo corrotto, ma come il mediatore divino originario.
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