La parola governo affonda le sue radici etimologiche nel greco kybernáo (κυβερνάω), termine che indica l’atto di timonare o reggere il timone di una nave. La democrazia, dal greco demokratía (δημοκρατία, unione di dēmos, “popolo”, e krátos, “potere” o “forza”), nasce come la capacità del corpo sociale di dirigere la propria rotta politica.
L’esperimento politico della democrazia trova il suo punto di massima celebrazione ideale nell’Atene del V secolo a.C. Nel celebre Discorso di Pericle agli Ateniesi (riportato da Tucidide ne La Guerra del Peloponneso, Libro II, 37-41), l’oratore definisce così l’architettura della città:
“Abbiamo una forma di governo che non emula le leggi dei popoli vicini, ma siamo noi stessi di esempio agli altri. Il suo nome è democrazia, poiché l’amministrazione non è concentrata nelle mani di pochi, ma della maggioranza. Delle leggi fruiscono tutti in modo pari per le controversie private, ma per quanto riguarda la considerazione sociale, ciascuno viene preferito negli incarichi pubblici secondo la stima di cui gode, non in base alla classe sociale, ma per il suo valore.” (Tucidide, La Guerra del Peloponneso, trad. it. di F. Ferrari, BUR Rizzoli, Milano, 2005, pp. 245-247)
Gli Ateniesi dell’epoca classica univano una spiccata attitudine alla ricerca intellettuale a una profonda percezione del sacro e del limite tragico dell’esistenza. Eppure, quell’esperienza illuminata crollò sotto la spinta dell’egoismo, della brama di sopraffazione (pleonexia) e della demagogia, degenerando nell’oligarchia dei Trenta Tiranni e nella successiva restaurazione populista che condannò a morte Socrate nel 399 a.C.
Come documentato da Platone nell’Apologia di Socrate e nel libro VIII della Repubblica, la tragedia socratica dimostra che una democrazia scollegata dalla ricerca della Verità (Aletheia) e guidata dalle sole opinioni cangianti (Doxa) finisce per divorare i suoi cittadini migliori. Socrate sosteneva che la città non potesse reggersi sulla persuasione sofistica, ma sulla cura dell’anima (therapeia tes psyches) e sulla conoscenza del Bene.
La democrazia contemporanea condivide i medesimi germi di decadenza dell’antica Atene, ma aggravati da una deriva economica e materialista. Essa non si fonda più su un atto intellettuale e spirituale, bensì sui residui di conflitti militari, sull’imposizione della forza, sulla repressione sistemica e sul perseguimento del vizio anziché della virtù. Come si può pretendere che la democrazia attuale possa sopravvivere meglio, o con maggiore serietà, rispetto a quella ateniese? La realtà è che si è perso del tutto il vero, autentico spirito di ricerca della Verità. La democrazia contemporanea non si fonda più su un atto elevato dell’intelletto e dello spirito, ma si è adagiata sulla ricerca del vizio a scapito della virtù, erigendo la falsità a norma anziché la Verità. Essa affonda le sue radici profonde non in una costruzione sapienziale, bensì in un atto di natura militare e coercitiva, si nutre di guerra, di sopruso, di vendetta e di sterminio. La nostra civiltà non si è mai davvero esentata dalla propria originaria basezza, ed è per questa ragione che non può sperare in altro se non nel ricadere inevitabilmente in essa.
Una vera società del futuro deve configurarsi come una struttura consapevole e radicalmente nuova, costruita sulla Verità e non sulla menzogna imperante. Per questa ragione, il consorzio umano di domani non può e non deve in alcun modo disprezzare l’armonia sacra dell’umana creatura con il creato, né tantomeno può permettersi il lusso di ignorare le altezze vertiginose della nostra specie tanto quanto le sue più oscure bassezze. Gli istinti animali non devono essere ipocritamente repressi, dinamica che porta solo a deformazioni patologiche, ma vanno riconosciuti, canalizzati e gestiti con lucidità. Allo stesso modo, le diversità individuali e sociali non necessitano della banale e passiva “tolleranza”, bensì di essere attivamente organizzate e indirizzate all’interno dell’architettura sociale.
La società, solo ed esclusivamente attraverso questo processo, può fondarsi sulla Verità. Una Verità che coincide con l’accettazione incondizionata della totalità della natura, sia essa interna che esterna alla specie umana, una Verità che non oblia, non cancella e non dimentica alcun aspetto dell’essere o alcuna idea che non sia direttamente nociva per il prossimo. In questo ordine, il rispetto sostituisce definitivamente la mera tolleranza, la Verità spazza via l’imbroglio e la giustizia punisce con fermezza chiunque, con arroganza e falsità, tenti di predominare, sia in modo palese che attraverso la manipolazione nascosta, sul resto dell’umanità.
Fonti Bibliografiche
- Platone, Tutti gli scritti, a cura di Giovanni Reale, Bompiani, Milano, 2000 (In particolare, Apologia di Socrate, pp. 27-58; Fedro, pp. 543-592; Repubblica, Libri VI e VIII).
- Tucidide, La Guerra del Peloponneso, testo greco a fronte, traduzione e note di Franco Ferrari, BUR Rizzoli, Milano, 2005 (Libro II).
- Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Centesimus Annus, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1991 (Capitolo IV).
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