L’idea contemporanea del multiculturalismo non nasce da un singolo momento o autore, ma è il risultato di un’epigenesi storica e concettuale ben precisa, sviluppatasi prevalentemente nel secondo Novecento all’interno del contesto anglosassone, pur avendo radici filosofiche ben più profonde.
Prima di diventare una politica di Stato, il concetto ha attraversato tre fasi di maturazione filosofica.
La radice filosofica primordiale risiede nella reazione all’Illuminismo francese, guidata da Johann Gottfried Herder. Contrappone all’universalismo omogeneizzante l’idea che ogni popolo (Volk) possegga un proprio “genio” o “spirito” (Volksgeist) unico e incommensurabile. Herder rifiuta l’idea di una scala gerarchica delle culture: ogni comunità esprime un valore intrinseco che non deve essere assimilato.
Il termine concettuale di “pluralismo culturale” viene coniato dal filosofo statunitense Horace Kallen, reagendo all’assimilazionismo forzato verso i migranti negli Stati Uniti, teorizza la metafora dell’orchestra: come diversi strumenti contribuiscono a un’unica sinfonia senza perdere il proprio timbro, così le diverse etnie dovrebbero preservare le proprie peculiarità all’interno dello Stato democratico.
La formalizzazione etico-filosofica del multiculturalismo moderno si deve a Charles Taylor, intreccia la dialettica servo-padrone di Hegel con l’identità moderna, sostenendo che l’identità umana si costituisce in modo dialogico: il mancato riconoscimento o il misriconoscimento da parte della società costituisce una forma diretta di oppressione.
Dal punto di vista storico e giuridico, il multiculturalismo nasce ufficialmente come dottrina politica statale nei primi anni ’70 per risolvere crisi di coesione interna in Paesi a forte immigrazione o con fratture etno-linguistiche.
Il Canada è il primo Paese al mondo ad adottare il multiculturalismo come politica ufficiale di Stato. Nel 1963 il governo canadese istituisce la Royal Commission on Bilingualism and Biculturalism. L’obiettivo iniziale era gestire le tensioni tra la maggioranza anglofono-protestante e la minoranza francofona del Québec. Tuttavia, le comunità di altra origine (ucraini, italiani, tedeschi) protestarono rifiutando la definizione di un Paese unicamente “biculturale”. l’8 ottobre 1971, il Primo Ministro Pierre Elliott Trudeau pronuncia alla Camera dei Comuni la dichiarazione con cui il governo stabilisce l’Announcement of Implementation of Policy of Multiculturalism within Bilingual Framework. Questa politica viene codificata ufficialmente nel Canadian Multiculturalism Act del 1988 (House of Commons of Canada, Bill C-93).
In modo indipendente ma parallelo, l’Australia abbandona la “White Australia Policy” (politica migratoria discriminatoria attiva dall’inizio del Novecento). Nel 1973 il Ministro dell’Immigrazione Al Grassby pubblica il paper A Multi-Cultural Society for the Future. Nel 1978 il Galbally Report (Review of Post-Arrival Programs and Services for Migrants) raccomanda formalmente che il governo australiano fornisca risorse per preservare le identità culturali delle comunità migranti, portando alla creazione dell’Australian Ethnic Affairs Council.
La cultura massonica ha un’influenza storica tangibile, sia dal punto di vista filosofico che strutturale, nella genesi del cosmopolitismo moderno e nelle matrici che hanno condotto all’ideologia del multiculturalismo e del globalismo. Per esaminare questa filiazione senza incorrere in fantapolitica o teoria del complotto, occorre distinguere chiaramente la matrice storica e filosofica massonica dalle sue evoluzioni politico-istituzionali contemporanee.
La Massoneria speculativa moderna nasce formalmente a Londra nel 1717 con la fondazione della Prima Gran Loggia d’Inghilterra. Le costituzioni di Anderson (1723), redatte presumibilmente dal pastore presbiteriano James Anderson, contengono il nucleo dottrinale di quello che si svilupperà come l’universalismo massonico. Nelle costituzioni,si stabilisce che, sebbene nei tempi antichi i massoni fossero obbligati a praticare la religione del proprio Paese o della propria nazione, nell’era moderna si ritiene opportuno «obbligarli soltanto a quella Religione in cui tutti gli uomini concordano, lasciando a essi le loro particolari opinioni».
La loggia si struttura storicamente come uno spazio sacro e neutrale in cui uomini di diverse confessioni (cattolici, protestanti, ebrei, e in seguito musulmani o deisti) e di diverse estrazioni sociali si incontrano sulla base della “fratellanza universale”.
Nel Settecento illuminista, la Massoneria diffonde il mito ideale della Repubblica Universale (teorizzata da figure come Andrew Michael Ramsay nel suo celebre Discorso del 1736). L’idea originaria è la ricostruzione di una metaforica “Torre di Babele” non più segnata dalla confusione delle lingue, ma riarmonizzata attraverso il vincolo della Fratellanza.
Non esiste una sovrapposizione identitaria diretta tra Massoneria tradizionale e multiculturalismo novecentesco, ma la prima ha fornito l’infrastruttura culturale e concettuale per l’affermazione del secondo. Il passaggio chiave avviene nell’Illuminismo. La loggia massonica costituisce il primo laboratorio sociologico di globalizzazione delle idee. Le tessere o “certificati di identità massonica” permettevano ai viaggiatori di essere accolti in qualsiasi loggia del pianeta, anticipando la cittadinanza globale e l’abbattimento delle frontiere concettuali.
Riducendo i dogmi religiosi a un denominatore comune (“il Grande Architetto dell’Universo”), la cultura massonica ha promosso un processo di secolarizzazione che ha depotenziato le identità etno-religiose forti in favore di una moralità universale del “buon cittadino del mondo”.
Come evidenziato dall’epigenesi filosofica, il multiculturalismo contemporaneo (esplicitato da autori come Charles Taylor o Will Kymlicka) postula il diritto al riconoscimento delle diversità all’interno di una cornice statale plurale. La cultura massonica anticipa questo approccio con l’integrazione di simboli, riti e miti provenienti da tradizioni eterogenee (egizia, ebraico-cabalistica, ermetica, greco-romana) all’interno di un unico edificio rituale e con la regola per cui nella loggia “si livellano le differenze profane” (censo, razza, origine geografica) per concentrarsi sul lavoro interiore e sul progresso dell’Umanità. Inoltre nel contesto delle tradizioni spirituali e speculative, il principio del “radunare ciò che è sparso” (formula chiave del Maestro Massone) rappresenta l’operazione alchemica e metafisica di ricomposizione dell’unità primordiale sottratta al caos della molteplicità (dal caos ordo).
L’individuo, affrancato dai pregiudizi del proprio ambiente natìo, viene lavorato per integrarsi perfettamente nel Tempio dell’Umanità. Nel globalismo profano, questa metafora si traduce spesso nella decostruzione dei particolarismi nazionali in favore di un ordine sovranazionale omogeneo.
Laddove la tradizione cattolica concepisce l’unità del genere umano attraverso il Corpus Mysticum di Cristo e l’universalità della Chiesa (Katholikos = universale), la visione massonica affida tale unità al libero muratore che opera attraverso la ragione e la morale deistica. Questo è uno dei motivi storici per cui la Chiesa Cattolica formulò la condanna della Massoneria a partire dalla bolla In Eminenti Apostolatus di Papa Clemente XII (1738), individuando nel relativismo dogmatico e nell’indifferentismo religioso i principali elementi di incompatibilità.
Lascia un commento