Le religioni malvagie

Dal punto di vista etimologico, filologico e filosofico, la risposta alla domanda se esistano spiritualità o religioni “malvagie” richiede prima di tutto un’analisi rigorosa dei termini e della struttura ontologica dell’idea stessa di male applicata alla sfera del sacro.

Il termine “religione” deriva dal latino religio, la cui etimologia è contesa tra l’accezione di Cicerone in De Natura Deorum (secondo libro, capitolo 28), che la riconduce a relegere ossia ripercorrere accuratamente, curare con scrupolo i riti e i doveri verso il divino, e l’accezione di Lattanzio in Divinae Institutiones (libro IV, capitolo 28), che la fa derivare da religare, cioè stringere un legame tra l’uomo e il principio divino. Il termine “spiritualità” affonda invece le sue radici nel latino spiritus, derivato dal verbo spirare (soffiare, respirare), traducendo il greco pneuma e l’ebraico ruach, indicando il principio vitale, sottile e trascendente che anima la materia. Il concetto di “male”, dal latino malum e dal greco kakon o poneron, nell’analisi ontologica classica non possiede una sostanza autonoma. Come stabilisce Plotino nelle Enneadi (Eneade I, libro 8) e come riprende Agostino d’Ippona nel De Natura Boni (Patrologia Latina, Volume 42), il male non è una sostanza (substantia), ma una privatio boni, ovvero una privazione, una deviazione o una corruzione del bene originario.

Di conseguenza, nessuna dottrina o via spirituale nasce ontologicamente come “male puro” in senso primordiale, poiché ogni sistema metafisico si fonda su una struttura di contatto con il piano invisibile. Tuttavia, esistono storicamente e dottrinalmente forme di spiritualità e sistemi religiosi che possono essere definiti “malvagi” o distruttivi in quanto operano una sistematica inversione del principio spirituale, indirizzando la prassi evolutiva verso la dissoluzione della coscienza, il parassitismo energetico, la sottomissione psichica o la distruzione deliberata della vita.

Un esempio storico di sistema religioso fondato sulla necessità del sacrificio umano di massa per il sostentamento del cosmo è la religione di Stato azteca. Come documentato dal frate francescano Bernardino de Sahagún nel suo fondamentale studio Historia general de las cosas de Nueva España ( libro II), i riti del Tlacaxipehualiztli e del Toxcatl prevedevano lo squartamento e il sacrificio sistematico di prigionieri per nutrire il sole (Huitzilopochtli) ed evitarne la morte. Dal punto di vista della fenomenologia delle religioni, questo rappresenta un sistema in cui la devozione al sacro si converte in un meccanismo sotterraneo di spargimento di sangue istituzionalizzato, dove la divinità non eleva l’uomo ma ne richiede la distruzione fisica.

Sul piano dell’esoterismo e della prassi magico-iniziatica, la distinzione cruciale si pone tra le vie di integrazione e le vie di inversione o degradazione, spesso associate alla magia nera o alla stregoneria di distruzione. Nella tradizione vedica e tantrica dell’India, il testo Atharvaveda (raccolta di inni e formule sacre, in particolare nei libri VIII e X) e successivi manuali di Tantra distinguono nettamente le pratiche volte all’illuminazione (mokṣa) dalle pratiche di abhicāra. L’ abhicāra comprende le sei azioni magiche di aggressione (ṣaṭkarma coercitivi), tra cui il māraṇa (uccisione) e l’ uccāṭana (sradicamento o pazzia indotta). Sebbene nel Tantrismo ortodosso di via della mano sinistra (Vāmamārga), come esposto nel Kaulāvalīnirṇaya o nel Mahānirvāṇa Tantra (capitolo V, versi 20-50), l’uso di elementi infrangenti i tabù (i pañcamakāra) serva al superamento della dualità (dvaita) e al risveglio della Kundalinī, le sue degenerazioni stregoniche trasformano il rito in uno strumento di egoismo esasperato e danno verso altrui, configurando una vera e propria via di degradazione spirituale.

Un altro fenomeno storicamente accertato di spiritualità deviata e criminale è quello dei Thugs (o Thuggee) nell’India pre-coloniale. Come riportato dettagliatamente dall’ufficiale e magistrato britannico William Henry Sleeman , questa setta segreta praticava l’assassinio rituale per strangolamento (rumāl) consacrando le vittime alla dea Kālī nella sua manifestazione distorta di divinità assetata di sangue, interpretando l’atto del delitto non come reato, ma come dovere liturgico ed esecuzione di un piano cosmico.

In epoca moderna e contemporanea, la presenza di correnti spirituali e religiose distruttive si manifesta sia nei culti distruttivi a struttura settaria sia nel satanismo acido o ideologico esplicitamente antinomico. L’Order of Nine Angles (O9A) è una corrente esoterica che teorizza apertamente la necessità del sacrificio umano (definito culling), l’infiltrazione in contesti estremisti e l’istigazione alla violenza come prassi esplicita di decondizionamento della psiche ed evoluzione spirituale attraverso il male cosciente.

Analizzando i parallelismi simbolici interni alle tradizioni, l’inversione spirituale corrisponde al simbolo della caduta e della curvatura dell’anima su se stessa. Agostino d’Ippona, nell’opera De Civitate Dei (Patrologia Latina), definisce la radice di ogni deviazione spirituale come l’ incurvatus in se, ovvero l’atto in cui lo spirito umano, invece di aprirsi alla trascendenza e alla luce divina, si ripiega egoicamente su se stesso e si autoconsacra. Nel simbolismo cattolico e nella demonologia teologica, espressa da Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae (Prima Pars, Questione 63, articolo 2), la natura del male spirituale è rappresentata dalla figura di Lucifero e dalla simia Dei (la scimmia di Dio): l’entità o la dottrina che scimmiotta i riti e i simboli della vera luce per rovesciarne il significato, sostituendo l’amore e la liberazione con l’orgoglio, il dominio e la perdizione.

Da questo quadro storico, teologico e filologico è possibile estrarre una chiara indicazione di prassi operativa per il discernimento spirituale. Nella tradizione cristiana patristica, questo esercizio prende il nome greco di diakrisis pneumatōn (discernimento degli spiriti), citato da Paolo di Tarso nella Prima Lettera ai Corinzi (capitolo 12, verso 10). La prassi pragmatica per identificare se un insegnamento o un rito appartenga a una via di integrazione o a una spiritualità deviata si basa sull’osservazione dei frutti interiori ed esteriori dell’atto magico o contemplativo, secondo il criterio espresso nel Vangelo di Matteo (capitolo 7, versi 16-20: a fructibus eorum cognoscetis eos).

Dal punto di vista pratico e metodologico, il ricercatore o il praticante deve applicare tre verifiche operative prima di intraprendere qualsiasi disciplina o rituale.

La prima è la verifica del vettore di volontà. Se la pratica richiede il condizionamento della volontà altrui, la coercizione psicologica, l’evocazione di entità per recare danno (māraṇa) o l’offerta di sofferenza, ci si trova dinanzi a un rito di inversione (stregoneria/magia nera), il cui effetto di ritorno (karma o ripercussione energetica) genera la frammentazione della mente del praticante.

La seconda è la verifica della trasparenza egoica. Una prassi spirituale autentica conduce alla dissoluzione delle illusioni dell’ego e all’espansione della consapevolezza; al contrario, una prassi maligna alimenta l’inflazione egoica, il senso di superiorità, l’isolamento paranoico e la dipendenza da un maestro o da una struttura coercitiva.

La terza è la verifica dell’integrazione psicosomatica. Durante e dopo l’esecuzione di una pratica meditativa, teurgica o rituale, la coscienza deve sperimentare un aumento di chiarezza, centratura e pace interiore. Se la prassi produce ossessione, parassitaggio energetico, depersonalizzazione distruttiva o spinta alla degradazione morale, la disciplina in atto sta operando come un vettore di dissoluzione spirituale.


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