La nascita della magia

L’origine della magia affonda le sue radici nell’inconscio primordiale dell’umanità e nella primigenia esigenza di comprendere, influenzare e partecipare all’ordine cosmico. Non esiste un singolo “inventore” della magia, poiché essa nasce contemporaneamente all’emergere della coscienza simbolica e religiosa nell’uomo.

La parola “magia” deriva dal greco magikē (τεχνὴ magikē, “arte magica”), che riprende il latino magia. L’origine ultima risale all’antico persiano maguš (attraverso l’avicestico mogu), termine che designava i membri di una casta sacerdotale meda e persiana, i Magi (Magoi).

Come documentato dallo storico Erodoto nelle sue Storie (Libro I, 101), i Magi erano responsabili dei riti religiosi, dell’interpretazione dei sogni e dello studio degli astri nel contesto dello zoroastrismo e dei culti pre-zoroastriani. Quando il mondo greco entrò in contatto con i Persiani (particolarmente durante le Guerre Persiane), il termine assunse una duplice valenza, da un lato la venerazione per la sapienza astronomica e rituale dell’Oriente, dall’altro una connotazione peggiorativa per indicare pratiche straniere, sotterranee o ingannevoli (come rilevato nel trattato ippocratico Sul male sacro).

In senso filosofico ed esoterico, la magia può essere definita come la dottrina e la pratica fondata sull’idea che il cosmo sia una totalità vivente, organica e interconnessa da corrispondenze invisibili. Il principio cardine della magia classica è espresso nella Tavola di Smeraldo (testo attribuito ad Ermete Trismegisto, tradotto e conservato nelle fonti arabe medievali come il Kitāb sirr al-ḫalīqa di Balīnūs/Apollonio di Tiana).

“Quod est inferius est sicut quod est superius, et quod est superius est sicut quod est inferius ad perpetranda miracula rei unius.”

(Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per compiere i miracoli dell’Unità).

Da un punto di vista storico-religioso e antropologico, Sir James George Frazer ne Il ramo d’oro (The Golden Bough, Macmillan & Co., 1890) divide la magia simpatica in due grandi leggi operative.

Il simile produce il simile (l’effetto assomiglia alla causa).

Le cose che sono state una volta a contatto continuano ad agire l’una sull’altra anche dopo essere state separate.

La traiettoria storica della magia si sviluppa attraverso fasi ben precise.

Nell’ambito preistorico e della sciamanesimo neolitico, si parla di pratiche legate alla sussistenza e al culto degli antenati. La magia venatoria affrescata nelle grotte di Lascaux o Altamira rappresentava una manipolazione simbolica della realtà per garantire il successo della caccia.
Quando si dice che la magia “nasce in Persia”, ci si riferisce esclusivamente alla nascita del termine “magia” (maguš) e alla sua codificazione storica nel mondo mediterraneo e classico. Il fenomeno pratico, psicologico e rituale a cui quel termine è stato poi applicato è immensamente più antico dell’Antica Persia, risale alla Preistoria ed è coevo alla nascita dell’autocoscienza umana.

Per evitare la contraddizione, la storiografia e l’antropologia dividono la questione su due piani distinti. Il vocabolo “magia” entra nella storia scritta quando i Greci incontrano i sacerdoti persiani (Magoi). In quel momento preciso nasce la categoria culturale di “magia” usata dall’Occidente per definire una serie di sapienze o pratiche rituali straniere o esoteriche. Le pratiche che noi oggi etichettiamo come “magiche” (gesti apotropaici, manipolazione simbolica, riti di caccia, culti della fertilità) esistevano decine di migliaia di anni prima che i Persiani o i Greci inventassero la parola per descriverle.

Gli studi antropologici (da Edward Burnett Tylor a James Frazer, fino a Lucien Lévy-Bruhl ed Ernesto de Martino) definiscono “magia primitiva” la prima forma strutturata di pensiero con cui l’essere umano ha tentato di ordinare e interagire con il mondo sensibile e sovrasensibile.

Non si tratta di una “scienza imperfetta”, ma di una modalità cognitiva originaria che gli studiosi caratterizzano attraverso elementi specifici.

Come teorizzato da Lucien Lévy-Bruhl ne La mentalité primitive (Félix Alcan, 1922), nella psiche primitiva non esiste una separazione netta tra il soggetto che osserva e l’oggetto osservato. Tutto il reale è impregnato di una forza vitale indifferenziata (chiamata Mana in Polinesia, Orenda presso gli Irochesi, Wakonda presso i Sioux). Ernesto de Martino, ne Il mondo magico (Einaudi, 1948), individua la nascita della magia primitiva nella necessità dell’uomo arcaico di superare la “crisi della presenza”. Di fronte all’angoscia della morte, della malattia o della carestia, la magia primitiva interviene con il rito per riscattare l’uomo dal caos, fissando un punto fermo nella realtà tramite l’azione simbolica. L’archeologia preistorica (ad esempio con gli studi di André Leroi-Gourhan e Jean Clottes) interpreta le pitture parietali delle grotte del Paleolitico superiore (come Chauvet, Lascaux o Altamira, risalenti a circa 30.000–15.000 anni fa) come vere e proprie tecnologie magico-rituali. Dipingere l’animale non era un atto decorativo, ma una forma di “magia di appropriazione” o di contatto con gli spiriti guida animali gestita dallo sciamano della tribù.

In Egitto la magia era una forza cosmica primaria chiamata Heka (personificata come divinità). L’Heka non era opposta alla religione, ma era il principio stesso con cui gli dei creavano e con cui i sacerdoti mantenevano il Ma’at (l’ordine cosmico). I testi esecratori e i papiri magici demotici e greci (Papyri Graecae Magicae) ne testimoniano la codificazione. In Mesopotamia, il corpus dei testi rituali cuneiformi (come le serie Maqlû e Šurpu) mostra una complessa magia apotropaica e di esorcismo gestita da sacerdoti specializzati (Āšipu). Con l’ellenismo e il neoplatonismo (in particolare con Plotino, Porfirio e Giamblico), la magia teorica si scinde in due vie. La Goetia (magia bassa, evocativa, spesso bollata come superstiziosa) e la Teurgia (“opera divina”). Giamblico, nel De Mysteriis Aegyptiorum, fonda la teurgia come una pratica rituale per purificare l’anima e ricongiungerla all’Uno attraverso simboli e nomi divini (synthemata). Durante il Medioevo la magia naturale si intreccia con l’alchimia e l’astrologia. Autori arabi come Al-Kindi (De Radiis) e il testo anonimo Picatrix (Ġāyat al-Ḥakīm, XI secolo) influenzano profondamente l’Occidente latino. La Chiesa distingue nettamente tra Magia Naturalis (studio delle proprietà nascoste della natura, creata da Dio) e Magia Daemonica (patto con entità spirituali cadute, condannata da Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, II-II). È l’epoca d’oro della magia colta. Marsilio Ficino (De vita triplici, 1489) sviluppa una magia astrale e musicale per attrarre gli influssi celesti. Pico della Mirandola (Oratio de hominis dignitate, 1486) fonde l’ermetismo con la Cabala ebraica, affermando che la magia dimostra la dignità dell’uomo capace di legare la Terra al Cielo. Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim codifica l’intero sapere occidentale nel De occulta philosophia libri tres (1533). Con la rivoluzione scientifica la magia viene espulsa dalle scienze formali. Si riorganizza tra il XIX e XX secolo attraverso le società iniziatiche (Hermetic Order of the Golden Dawn, Teosofia) e pensatori come Eliphas Lévi (Dogme et Rituel de la Haute Magie, 1854-1856) e Aleister Crowley, che ridefinisce la Magick come “la Scienza e l’Arte di causare mutamenti in conformità con la Volontà”.

Dalla tradizione filologica e storico-religiosa della teurgia neoplatonica (Giamblico) e dell’ermetismo pratico, la “prassi” magica non è una coercizione egoica della natura, ma una disciplina ascetico-contemplativa finalizzata all’anagogia (risalita dell’anima).

La struttura di un rito teurgico o di sintonia astrale si articola tradizionalmente in tre stadi pratici. Purificazione (Katharsis) fisica (digiuno, astinenza) e mentale. Lo scopo è azzerare il rumore dell’ego per rendere l’operatore un ricettacolo puro (hypodochē). Si passa poi alla consacrazione del luogo e all’uso dei simboli. Ogni entità o forza cosmica possiede una “firma” sulla Terra (piante, pietre, metalli, incensi, suoni/mantra). L’allestimento dell’altare o dello spazio rituale richiede l’assemblaggio di questi elementi corrispondenti per simpatia vibratoria alla forza che si intende invocare. Infine attraverso la recitazione di formule sacre o nomi d’potenza (onomata barbara), la coscienza dell’operatore si eleva fino a coincidere con l’Archetipo o l’Intelligenza guida, operando la trasformazione interiore prima che esterna. Questa è la fase di evocazione ed identificazione (henosis).

Il simbolo della “Scala” o dell’Asse del Mondo (Axis Mundi) rappresenta il parallelismo ideale per comprendere l’impianto magico-spirituale nelle varie tradizioni. La catena aurea (seira), nel neoplatonismo ed ermetismo, che unisce l’Uno alla materia attraverso gli ipostasi (Intelletto, Anima del Mondo, Natura). L’Albero della Vita (Etz Chaim) con le 10 Sephirot, dove la pratica (Cabala Pratica o Kabbalah Ma’asit) agisce sulle energie divine per restaurare l’armonia cosmica (Tikkun Olam). La struttura dei Chakra e l’ascesa di Kundalini, in cui il micro-cosmo corporeo riflette esattamente il macro-cosmo divino (Yatha Pinde Tatha Brahmande).

La scala di Giacobbe (Genesi 28, 12) che collega la Terra al Cielo con gli angeli che salgono e scendono. Nella teologia mistica cattolica (es. Giovanni della Croce o Teresa d’Avila), il concetto di corrispondenza e di elevazione rituale non si realizza tramite la magia (che il dogma cattolico vieta formale e categoricamente come peccato contro il Primo Comando, Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2115-2117), ma attraverso la liturgia e la grazia dei Sacramenti, dove i segni visibili (acqua, olio, pane, vino) veicolano una realtà invisibile e spirituale.


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