La Meditazione della Dissociazione Progressiva

Esiste una pratica yogica e teosofica chiamata Laya Yoga o della “dissociazione progressiva” (spesso associata al Neti Neti vedantico, “non questo, non quello”). Lo scopo è ritirare la coscienza dai piani densi per stabilizzarla nel piano causale o atmico (cfr la gerarchia dei piani esoterici).

La tecnica si esegue sedendo in una postura meditativa stabile a spina dorsale eretta, preferibilmente nelle ore di transizione come l’alba o il tramonto. Il praticante chiude gli occhi e regolarizza il respiro attraverso una respirazione addominale profonda per stabilizzare il veicolo eterico.

La prima fase consiste nella recisione dell’identificazione fisica. Il praticante visualizza il proprio corpo come un involucro esterno, ripetendo mentalmente: “Io ho un corpo, ma non sono il mio corpo”.

La seconda fase sposta l’attenzione sulle correnti emotive. Si osservano i desideri, le ansie o le gioie che fluttuano nello spazio interiore (il piano astrale), senza trattenerli, affermando: “Io ho delle emozioni, ma non sono le mie emozioni”.

La terza fase penetra nel piano mentale inferiore. Si osserva il flusso dei pensieri verbali, la chattering della mente cinetica, e ci si distacca dicendo: “Io ho dei pensieri, ma non sono i miei pensieri”.

Il nucleo operativo del rito interiore consiste nel focalizzare la coscienza sul “Testimone Silenzioso”, lo spazio di puro vuoto e presenza che osserva i tre piani inferiori. Questo punto di focalizzazione corrisponde al Piano Causale (Mentale Superiore). Il rito si conclude mantenendo la concentrazione sulla pura percezione dell’Esistere (Aham Brahmasmi o la percezione del Sé Spirituale) per un tempo minimo di venti minuti, permettendo alla coscienza di riassorbirsi verso il piano atmico.


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